Durante un seminario on-line si è discusso di organizzazione dell’informazione, del modello adottato dai motori di ricerca, in particolare da Google. Su come vengono presentati i risultati della ricerca si è fatto un paragone con il magazzino: è come scaricare scatoloni e ordinarli secondo un criterio soggettivo; pertanto le logiche di presentazione dati sono in continuo cambiamento e dipendono da vari fattori, soprattutto sociali. Nel problema della notizia falsa e poi smentita si può notare che la prima cosa detta rimane lo stessa, infatti i motori di ricerca forniscono risultati in base a cosa si aspetta la gente riguardo un certo argomento. Per esempio se cerchiamo informazioni su Maradona tramite la versione italiana di Google, in testa ai risultati vengono indicati siti che parlano della sua vita da calciatore anziché delle sue esperienze con la droga. Sempre con Google Italia se cerchiamo O.J. Simpson si ottengono in testa alla lista dei risultati siti che parlano dei suoi problemi con la giustizia invece di notizie riguardanti la sua carriera nel football americano. Negli Stati Uniti è molto probabile ottenere risultati opposti rispetto all’Italia.
In un’altro approfondimento si è parlato di scrittura per il web. Questa dev’essere concisa, arrivare subito al dunque (come succede in Amazon, sito supportato anche da un’interfaccia utente pressoché perfetta dal punto di vista dell’usabilità). E’ necessario usare le convenzioni per sfruttare le conoscenze dell’utente, senza scartare ipotesi di rinnovamento. Si deve ottenere una certa coerenza di stile tra tutte le pagine del sito in particolar modo se sono state sviluppate da team differenti. I testi non devoono essere compatti e lunghissimi: va bene usare intestazioni, separazioni, evidenziazioni, rientri, caratteri sans-serif (senza grazie) come Arial oppure Helvetica, usare un’interlinea più grande rispetto alla carta stampata perché aiuta la lettura a video, permettere il ridimensionamento dei caratteri con le normali funzionalità del browser, cercare di progettare un layout ridimensionabile in base alle misure del browser e non scrivere tutto in maiuscolo). I titoli degli articoli, brevi ed esplicativi; inoltre non mettere troppe notizie nei testi, altrimenti l’utente non capisce niente e rischia seriamente di abbandonare il sito. Inoltre l’uso di liste e tabelle aiuta non poco alla lettura sul web degli articoli.
Le considerazioni sull’accessibilità sono sempre all’ordine del giorno, specie se si approfondiscono temi legati alle applicazioni per la pubblica amministrazione. L’accessibilità si deve ormai considerare un diritto fondamentale per l’utente, ormai ci sono norme ben precise a riguardo negli Stati Uniti e in Europa. All’accessibilità sono legati argomenti quali l’eInclusion, l’usabilità, i transcoder e il VoiceXML. Si è approfondito il problema delle applicazioni proprietarie riguardanti l’uso di dispositivi alternativi: molte di queste sono proprietarie e l’avvicinamento ad uno standard comune tra loro non è ancora arrivato. Spesso, se si cambia produttore del software, bisogna rifare tutto il codice. Si è approfondito il concetto di multimodalità. Questo termine ha un significato diverso da multimedialità perché è riferito all’interazione con più device in base al luogo in cui si trova l’utente. Il software deve prevedere modalità diverse di accesso alle informazioni in modo da permettere all’utente di scegliere il dispositivo in quel momento appropriato. Per esempio se non c’è luce si userà un video illuminato, se c’è rumore si permetterà più visualità nei colori dell’interfaccia. I motivi della multimodalità sono dettati dal mercato poiché l’utente usa sempre di più i dispositivi mobili. Le strategie di presentazione dati devono cambiare tenendo conto del luogo fisico da dove si può accedere all’informazione. L’utente dispone di device diversi quindi la stessa informazione bisogna presentarla in formati diversi. Il W3C sta creando degli standard per queste operazioni come ad esempio trasformare il contenuto in testo generico e successiamente adattarlo al device. Per esempio con il progetto Android è possibile sviluppare applicazioni di tipo mobile per più di 30 tecnologie diverse; con il progetto IMIS (Interactive Multimedia Internet-based System) si basa sul fondamento che tutti i device hanno un indirizzo IP, quindi sono tutti collegabili tra loro. Le tecnologie di comunicazione tra device diventano sempre più robuste, pertanto non ci sono molte scuse se ci dovessero essere problemi di accesso ai contenuti da parte degli utenti. Ormai non bisogna considerare il web come la pagina HTML sul PC, ma tutto ciò che permette di connettersi ad una rete d’informazioni. Altre situazioni interessanti in proposito sono il progetto ADAMO (Accessibilità ai Dispositivi ed alle Applicazioni basate su MObile) e l’accessibilità nei paesi emergenti.
Le tecnologie Web 2.0 aiutano nella creazione del sapere condiviso e di un’intelligenza collettiva, non trascurando l’approfondimento sui temi riguardanti l’UGC. Se consideriamo Wikipedia si nota come il 75% dei contenuti è scritto dall’1% dei collaboratori. Bisogna pertanto porsi il problema su colui che scrive se è competente in materia e su chi ci garantisce questa competenza. Altri temi da approfondire riguardano la matrice culturale delle tecnologie del Web 2.0: poiché provengono dagli USA, l’organizzazione dei contenuti ricalca probabilmente il loro modo di vedere le cose. Se in Europa o in altre realtà diventerà questo il modello dominante potrebbe esserci un rischio d’inquinamento della cultura locale, creando troppa omologazione.
In un altro seminario sul Web 2.0 sono stati affrontati diversi temi. Uno dei temi più curiosi è quello riguardante dove i contenuti generati dagli utenti (UGC) dove vanno a finire fisicamente e se qualcuno un giorno li userà per scopi personali, guadagnandoci anche qualcosa. Probabilmente una revisione delle problematiche sul diritto d’autore sarà necessaria, magari rifacendosi ai concetti di Enterprise 2.0 (estensione degli utili derivanti dai media sociali agli utenti che contribuiscono alla creazione di contenuti), oltre ad intensificare tutto ciò che concerne la sicurezza dei contenuti generati dagli utenti. Per creare informazioni all’altezza della situazione è molto importante verificare la credibilità di chi ha emesso il contenuto. Nel Web 2.0 c’è una contrapposizione tra la reputazione dell’utente generatore del contenuto contro lo status già acquisito di un grosso editore o di un importante giornalista. Chi ci garantisce che ciò che è stato pubblicato sia affidabile? Probabilmente i commenti del pubblico e più c’è interesse da parte anche di pochi lettori ma interessati, più si può classificare l’informazione come veritiera o no. La velocità di diffusione della notizia e la proliferazione dell’informazione aumenta la probabilità d’incappare nelle notizie false che, anche se smentite, hanno un certo impatto sul pubblico. Un libro interessante che tratta come la massa può fare opinione è LA SAGGEZZA DELLA FOLLA. Questo modo di fruizione delle informazioni porta anche alla rilettura di professioni consolidate nel tempo come ad esempio quella del giornalista, insegnante e scrittore; non più detentori unici del sapere. Altro concetto basilare è il distaccamento dal device per la fruizione dell’informazione. La televisione sta cambiando (es. YouTube e Current TV) e non sarà più il medium centrale. Ma come si riuscirà a mantenere a livello economico il sistema dei media? Ovviamente con la tanto amata-odiata pubblicità che dovrà essere ripensata, magari avendo come target piccoli gruppi di persone che hanno gli stessi interessi (la teoria della CODA LUNGA insegna). Spot e contenuti, pertanto, saranno sempre meno generalisti.
Per quanto riguarda lo sviluppo delle applicazioni Web 2.0 molto importante è il time-to-market: in questo caso vanno forte le versioni beta, perché si riesce a sfruttare meglio la tipologia del social network per ciò che riguarda la partecipazione sociale e si risparmia tempo e denaro nella fase di realizzazione del software. Le interfacce utente sono profondamente cambiate negli ultimi 10 anni: si è passati dal puro testo ad un misto testo-immagini fino ad oggi dove oltre a queste due tipologie c’è anche l’aggiunta dei video. Sono proprio questi ultimi che hanno un grosso potenziale di sviluppo a livello commerciale poiché nei siti web istituzionali stanno diventando delle vere e proprie web TV dotate di palinsesto. Altro tema: è possibile fare soldi con il Web 2.0? Probabilmente sì, imprese di successo nel mondo lo fanno già, tuttavia non è semplice. I progetti che seguono modelli di business del Web 2.0 devono essere rivolti ad un pubblico internazionale, devono ripercorrere un qualcosa di già affermato nella realtà (es. il servizio di annunci gratuiti Bakeka che prende spunto dal giornale cartaceo Secondamano) e deve far fronte a grossi problemi di partenza del progetto (es. budget iniziale che non sempre permette di coprire le spese finché l’applicazione non prende piede tra gli utenti). Infine le aziende si devono aprire di più al pubblico, magari gestendo un blog e facendo tesoro delle critiche a loro rivolte.
Interessante.
Se ti ha appassionato la materia, ti invito a dare uno sguardo al mio ultimo post che riguarda una mia iniziativa in merito,
http://antoniogrillo.wordpress.com/2008/05/26/%e2%80%9con-line-common-sense%e2%80%9d-per-rendere-la-rete-piu-vicina-agli-utenti/
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Commento di antgri — Martedì, 27 Maggio 2008 @ 10:03 am